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Renato Fucini nacque l’8 aprile del 1843 a Monterotondo, frazione di Massa Marittima, da David e Giovanna Nardi.
Il padre, carbonaro e anticlericale, si era stabilito nel piccolo centro maremmano come medico della Commissione sanitaria governativa per la cura delle febbri malariche, ma – già nello stesso 1843 – dovette trasferirsi con la famiglia a Campiglia Marittima, presso Piombino, dove rimase fino al settembre 1849. Gli anni passati a Campiglia, a contatto con i paesaggi della Maremma, furono decisivi nella formazione dell’immaginario del futuro scrittore.
In questo periodo ricevette i primi rudimenti di grammatica da don Giuseppe Barzacchini, che fu maestro anche di Emma Roster (la futura moglie del Fucini) e che partecipò da posizioni liberali ai moti del 1848, cui aveva preso parte attivamente anche il padre David, il quale, destituito per questo dal suo impiego, dovette trasferirsi, nel settembre 1849, con la famiglia a Livorno (dove i Fucini restarono fino al 1853), esercitando liberamente la professione di medico. A Livorno, il Fucini ebbe come maestro tal Giuseppe Taddeini, di cui ricordò i metodi d’insegnamento antiquati e brutali, per sottrarsi ai quali passò alla scuola dei barnabiti di S. Sebastiano, dove ricevette un’accurata educazione letteraria, d’impronta classicheggiante. Nel frattempo, apprendeva anche i fondamenti della pittura (verso la quale dimostrò sempre predisposizione e interesse), sotto la guida di Giuseppe Baldini (maestro di Giovanni Fattori), che lo avviò anche al disegno.
Nel 1853 i Fucini, in gravi ristrettezze economiche, dovettero trasferirsi a Dianella, nella casa paterna di David, dove rimasero per un biennio.
Qui il Fucini proseguì gli studi nella vicina Sovigliana, andando a scuola dal manesco priore Alderotti. Scoprì anche, in un armadio di casa, un manoscritto contenente una parodia poetica in vernacolo livornese del dramma religioso Betulia liberata del Metastasio, che impara a memoria; a imitazione di tale parodia compose un poemetto (perduto) in sestine, la Soviglianeide, in cui erano rappresentate “gare e battaglie fra i due paesi vicini a Dianella: Spicchio e Sovigliana”.
Nel 1855 la famiglia si trasferì a Vinci, dove il padre aveva ottenuto la condotta medica: il Fucini fu messo a pensione a Empoli per continuare gli studi. Gli anni qui trascorsi, se non incisero profondamente sulla sua formazione culturale, videro comunque le prime manifestazioni del suo spirito indipendente e polemico, con la sua accesa passione garibaldina e – nella primavera-estate del 1859 – l’entusiasmo patriottico in occasione delle manifestazioni per la deposizione di Leopoldo II e l’unione del granducato al regno di Sardegna.
In questo clima di fermento, il Fucini arrivò all’università di Pisa nel novembre di quello stesso anno per iscriversi alla facoltà di medicina, alla quale fu ammesso solo come libero uditore, non essendo stati riconosciuti validi i titoli di studio rilasciatigli a Empoli. L’anno successivo non fu ammesso all’esame di passaggio al secondo anno e optò per la licenza in agraria.
Nei quattro anni trascorsi a Pisa (1859-63), con Fucini protagonista del gruppo che si riuniva al caffè dell’Ussero e negli altri ritrovi cittadini, si vennero manifestando e si precisarono la sua inclinazione per l’improvvisazione epigrammatica e quel gusto per il motto arguto e per la battuta satirica che saranno alla base della successiva produzione poetica in lingua e, specialmente, in vernacolo. A questo periodo risalgono, infatti, le prime composizioni satiriche, indirizzate contro un maestro di scherma di Pisa (un certo Cesare Milloschi) esemplate sulla maniera di Giuseppe Giusti.
Ottenuta la licenza in agraria e non avendo trovato occupazione come agronomo, il Fucini nel giugno 1865 accettò un impiego come aiuto ingegnere presso l’ufficio tecnico comunale di Firenze. Ben presto, si fece notare per i suoi sonetti in vernacolo pisano, che gli procurarono la stima e l’amicizia, tra gli altri, di P. Fanfani e di R. Foresi, il quale lo introdusse nei più esclusivi circoli artistico-letterari della città, in particolare in quello che si riuniva in casa del sindaco U. Peruzzi, dove il F. conobbe e frequentò A. Aleardi, G. Prati, P. Rigutini, E. De Amicis. La cerchia delle sue amicizie si allargò poi a G. Giorgini e a D. Martelli, che lo presentò ai pittori Fattori, T. Signorini e A. Ciseri, mettendolo così in contatto con il gruppo dei Macchiaioli, dai quali fu fortemente influenzato e con i quali ebbe rapporti durante tutta la vita. Nel maggio 1871 un articolo del Fanfani nella Nuova Antologia lo consacrò come “nuovo poeta popolare” toscano, erede del Giusti. L’anno seguente, presso l’editore fiorentino G. Pellas, apparvero i Cento sonetti in vernacolo pisano di Neri Tanfucio, in cui erano riuniti testi in gran parte già noti per diffusione orale o manoscritta.
Neri Tanfucio (pseudonimo anagrammatico di Renato F.), protagonista-autore dei sonetti, è presentato (sonetto XXI) come un muratore, figlio di uno strozzino e di una proprietaria di bordelli e, pur immaginato come incarnazione grottesca e portavoce dell’arguzia e dello spirito d’osservazione popolari, risulta, in definitiva, un travestimento popolaresco di quella classe piccolo-borghese cui il F. apparteneva e di cui sono espresse le delusioni, il disorientamento e i mugugni all’indomani del compimento dell’Unità. Il tutto in uno stile caratterizzato dall’attenzione quasi filologico-folcloristica per il giro di frase e il modo di dire popolari e, soprattutto, dal ricorso a un dialogato spesso tanto spezzettato da rendere talora inceppato e faticoso il dettato poetico, indebolendone l’effetto. Così, nei successivi Cinquanta nuovi sonetti in vernacolo pisano (composti tra il 1870 e il 1882 e pubblicati nella 3ª ed. delle Poesie di Neri Tanfucio, Pistoia 1882) il F. ridusse le parti dialogate, proponendo un impasto dialettale più schiarito. Immutati restavano, invece, l’orizzonte e il punto di vista di Neri – F., perfettamente sovrapponibili oltretutto a quelli configurati nelle composizioni poetiche in lingua, riunite nelle raccolte Guazzabuglio (la più antica, con testi dal 1860 c. al 1884), Mercanzia (costituita da sei sonetti pubblicati nel Fanfulla della domenica del 20 luglio 1884), Ombre (l’ultima in ordine di composizione, con testi dal 1884 al 1905). L’intera opera poetica del F. (in vernacolo e in italiano) è riunita nel volume Poesie di Neri Tanfucio, che dall’8ª edizione, “con nuove aggiunte” (Pistoia 1891), fino alla quindicesima (ibid. 1905) era andata arricchendosi delle raccolte di poesie in lingua e che – vivente l’autore – giunse fino alla 25ª edizione (Firenze 1920).
Nel frattempo il F. che nel giugno 1871, come molti altri fiorentini e toscani, aveva perduto l’impiego per il trasferimento della capitale a Roma, si era dedicato per un certo periodo a tempo pieno all’attività letteraria, pubblicando poesie e recensioni su diversi periodici e ricevendo, nel giugno 1872, la nomina a socio letterario della Società per l’incremento del teatro comico in Italia, incarico al quale risale il suo costante interesse per la drammaturgia, testimoniato se non altro dai numerosi inediti teatrali rinvenuti nelle sue carte. Per meriti letterari e, forse, per il servizio prestato in quegli stessi anni nella Guardia nazionale a Firenze, nel gennaio 1876 ricevette il titolo di cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, ottenendo nel contempo l’abilitazione all’insegnamento e, per interessamento dell’amico G. Procacci, direttore della scuola tecnica di Pistoia, la nomina a docente d’italiano presso quell’istituto.

L’ingresso dell’F. nella carriera scolastica coincise con i suoi esordi come prosatore: nel dicembre 1876 pubblicò, nella Nuova Antologia, la sua prima novella (Il matto delle Giuncaie, poi inserita come racconto d’apertura nelle Veglie di Neri), mentre l’anno successivo fu incaricato da P. Villari di recarsi a Napoli “a studiare la miseria di quella virtuosa plebe” (p. 640).
A Napoli il F. soggiornò dagli ultimi giorni d’aprile alla fine di maggio del 1877, avendo come guida G. Fortunato. Da questo soggiorno nacque il volume Napoli a occhio nudo. Lettere ad un amico, pubblicato l’anno seguente a Firenze dal Le Monnier. L’opera è una sorta di reportage sulla città e i suoi dintorni, esaminati più con l’ariosità della descrizione che con il procedere argomentativo della prosa saggistica. Le nove lettere da cui è costituita, infatti, disposte apparentemente senza un piano determinato, sono in realtà collocate con un criterio compositivo di tipo pittorico, basato sul chiaroscuro (o contrasto) tra i diversi testi in modo da evidenziare luci e ombre della vita partenopea. Lo stile, lontano sia dall’asciuttezza del pamphlet etico-politico, sia dall’oleografismo del libro di viaggio, collocandosi in un difficile equilibrio tra la prosa da reportage giornalistico e il bozzetto, caratterizza Napoli a occhio nudo come episodio di formazione nell’evoluzione della prosa del Fucini. Forse proprio per ciò egli manifestò sempre insoddisfazione per quest’opera giovanile, che chiamava “librettaccio” (p. 640; in seguito, tuttavia, il F. consentì che fosse ripubblicata, con una prefazione di G. Fortunato, quale primo volume della collana “La questione meridionale”, Roma 1913).
La pubblicazione di Napoli a occhio nudo, procurando al F. l’amicizia di personalità quali R. Bonghi, S. Spaventa e V. Pareto, gli spianò la strada per la nomina (in data 4 nov. 1879) a ispettore delle scuole pubbliche, con incarico (19 dicembre) per le scuole del circondario di Pistoia. Questo lavoro gli risultò particolarmente congeniale sia perché gli dava modo di conoscere a fondo il territorio dell’Appennino pistoiese nella sua ricchezza di paesaggi e personaggi (osservati nel corso dei suoi viaggi professionali), sia perché gli lasciava tempo libero a sufficienza da dedicare all’attività letteraria e, soprattutto, alle lunghe scorribande come cacciatore (spesso invitato per partite di caccia anche nelle tenute nobiliari dei Ginori, dei Peruzzi, degli Uzielli). Alla fine del secolo, dopo aver rifiutato la nomina a provveditore agli studi nella provincia di Massa Carrara offertagli dal ministro P. Boselli ed essendo stato esonerato dall’incarico di ispettore scolastico, si trasferì, nel 1900, a Firenze, dove gli era stato offerto un posto di bibliotecario presso la Riccardiana. A Firenze restò fino a quando fu messo in pensione (1906), alternando al lavoro in biblioteca frequenti trasferte come conferenziere e la collaborazione a diversi periodici.
Il periodo dal 1879 al 1906 è quello in cui si addensa la parte più cospicua e importante della sua produzione letteraria: oltre alle diverse edizioni, con successivi ampliamenti e modificazioni, delle Poesie di Neri Tanfucio risalgono a questi anni tutte le opere maggiori in prosa: le 14 novelle, pubblicate tra il 1876 e il 1882, riunite in Le veglie di Neri. Paesi e figure della campagna toscana (Firenze 1882), che si arricchì dei racconti Passaggio memorabile e Dolci ricordi nella 4ª ed. (Milano 1890) e di due successive novelle (Nonno Damiano e La maestrina) in quella postuma, a cura di G. Biagi (Firenze 1921). Quindi seguirono le prose di All’aria aperta (ibid. 1897) e di Nella campagna toscana (ibid. 1908), costituita da tre racconti (Castore e Polluce, Tigrino, Il signor colonnello), che furono poi aggiunti alla collezione All’aria aperta nella sua 6ª edizione (ibid. 1911).
Partito dal progetto (delineato, con un elenco di 48 “bozzetti” da realizzare, in un appunto del giugno 1878) di presentare un vasto panorama della vita toscana in tutti i suoi aspetti, il F. trovò dunque nella forma del bozzetto lo strumento più idoneo all’impresa ideata, che riuscì a realizzare solo parzialmente con la pubblicazione delle due raccolte di novelle. Infatti, l’adozione del bozzetto, con i suoi caratteri di evidenza e immediatezza, se da un lato sembrava avvicinare la sua operazione alle ricerche veriste (da ciò gli apprezzamenti manifestati al F. da G. Verga e L. Capuana), dall’altro, precludendo la possibilità di costruzione di ampi cicli narrativi – tipici della letteratura d’ascendenza naturalistica – imponeva una composizione a macchie e chiaroscuro (perfettamente omologa ai procedimenti tecnici dei Macchiaioli) efficace solo nella breve misura, e in cui scene, figure e colori – ricreate con una prosa vicinissima al gergo contadino toscano – risaltano solo se condotti con brillantezza e freschezza.
L’impossibilità di sottoporre a ulteriori sviluppi la forma del bozzetto e la volontà di evitare la maniera distolsero il F. dalla prosa narrativa cosicché egli, nell’ultima parte della sua carriera, preferì dedicarsi alla letteratura per l’infanzia.
Di tale attività sono frutto: Il mondo nuovo, libro di lettura per le scuole elementari (in cinque voll., ibid. 1901-09); Il bambino di gommelastica, revisione e libero adattamento dell’omonimo racconto dello scrittore russo D.V. Grigorovich (tradotto in italiano da B. Pucci); Il ciuco di Melesecche (postumo, ibid. 1922), raccolta di racconti dedicata dal F. ai nipotini e composta da sedici testi, nove in prosa (originali) e sette in versi (traduzioni dall’inglese e dal russo di B. Pucci, versificate e adattate dal Fucini).
Nel frattempo, ottenuta nel 1906 la pensione, il F. si era ritirato nella casa paterna a Dianella, con la moglie Emma e le due figlie Ida e Rita, trascorrendo le villeggiature estive a Castiglioncello, circondato da numerosi amici, specialmente pittori, e intrattenendo un singolare carteggio poetico con una vicina, Laura Milani. Trascorse i suoi ultimi anni in serenità, onorato come uno dei maestri della narrativa italiana contemporanea (nel 1906 fu nominato commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia; nel 1916 membro dell’Accademia della Crusca; in precedenza, in occasione del suo settantesimo compleanno, gli erano stati tributati numerosi riconoscimenti pubblici, concretatisi anche in diverse pubblicazioni celebrative).
Colpito da un cancro alla gola, dovette trasferirsi a Empoli dove morì il 25 febbraio del 1921. Fu sepolto nella cappella privata della sua villa a Dianella.
L’anno stesso della sua morte furono pubblicate, a cura di Guido Biagi, due raccolte di prosa (per lo più autobiografiche), Acqua passata. Storielle e aneddoti della mia vita e Foglie al vento. Ricordi, novelle e altri scritti (entrambe Firenze 1921). La prima è costituita da un cospicuo numero di brevi prose autobiografiche, intese a ricordare luoghi, personaggi e aneddoti evocati con libera associazione d’idee e descritti con la consueta tecnica del chiaroscuro. Nella seconda, invece – probabilmente assemblata dal Biagi scegliendo tra scritti fuciniani apparsi in periodici o inediti – si possono distinguere tre parti: la prima è un’ordinata esposizione della vita di F. fino agli anni pisani, scandita in cinque ampi capitoli stesi a partire dal febbraio 1902; la seconda è costituita da due novelle, Il signor Licurgo e Caccia al vento (già pubblicate sul Marzocco nel dicembre 1903 e nel maggio 1909); la terza comprende tre testi d’argomento e intonazione assai diversi tra loro: Su l’Etna, una descrizione – derivata dal testo di una conferenza – che rimanda alle pagine dedicate all’ascensione sul Vesuvio in Napoli a occhio nudo, Beatrice del Pian degli Ontani e Il Bruscello della Serra (apparsi sulla Domenica del Fracassa nell’aprile e nel maggio del 1885: derivati da Appennino pistoiese, una conferenza tenuta a Pistoia nel maggio 1883, e dedicati rispettivamente alla rievocazione della figura della pastora poetessa Beatrice Bugelli [1802-85] e alla descrizione-resoconto dell’esecuzione di una rappresentazione popolare nell’Appennino toscano).
Le opere fuciniane sono raccolte nel volume Tutti gli scritti di R. Fucini, Milano 1935 (più volte ristampato, ibid. 1944, 1946, 1956, 1963), in cui non sono tuttavia compresi i libri di letture per la scuola elementare e gli scritti per l’infanzia.
(Tratto da Fucini, Renato, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 50 (1998), ad vocem, di Domenico Proietti )